Mi Guidi Magazine

Pillole di cultura da leggere comodamente da casa 

Santa Maria alla Fontana

"Doveva trattarsi alle origini non d'una vera e propria chiesa ad ampia capienza di popolo bensì d'un insieme di portici e di piscine aperte da ogni lato, cui i fedeli potessero liberamente accedere per attingere acqua o fare abluzioni...il tutto nella pace della campagna e all'ombra dei pioppi fruscianti e slanciati...un angolo di paradiso cinquecentesco incuneato entro il formicolio e il traffico di un quartiere della Milano operaia".
Guido Lopez, Milano in mano, 1965

Riconoscete la chiesa? 😉

Quando i Milanesi erano "odorosi"

In quel di Porta Cicca “el borgh”, oggi Porta Ticinese, appena oltre le mura spagnole, ci sono case dai lunghi cortili, un tempo collegati ad altri cortili. Veri e propri labirinti, particolarmente cari ai furfantelli che, sgattaiolando da un cortile all'altro e sbucando nella strada parallela, riuscivano a far perdere le loro tracce ai malcapitati. Qui arrivavano le merci trasportate via Naviglio, soprattutto i latticini - si stima che a fine 800 si immagazzinassero più di 200.000 forme - tanto che le case del posto detto -el borgh di formagiatt – erano delle vere e proprie casere, con le forme di formaggio ai piani interrati e ai piani terreni di ogni edificio. L'odore delle decine di migliaia di forme in stagionatura era talmente forte che impregnava gli abiti dei residenti del quartiere e che venivano riconosciuti "a distanza".

La Biblioteca Braidense

Siete pronti a scoprire una delle biblioteche più belle d'Italia, a Milano?
Sì, proprio nella nostra amata Milano!
Seguiteci, allora ...
Attraversiamo il cortile principale del complesso di Brera, dove si trova la statua del bel Napoleone (in grande spolvero) e percorriamo il corridoio di fronte all’entrata. In fondo, sulla sinistra, troviamo un cancello in ferro, che reca il fregio - disegnato da Beltrami-BNB (Biblioteca Nazionale Braidense) e subito  un solenne scalone che ci conduce alla famosa biblioteca di Brera, fondata nel 1773 dall’imperatrice Maria Teresa d'Austria, grazie al lascito della libreria del conte Pertusati, che comprendeva ben 24.000 volumi!

La biblioteca, nel corso dei secoli, si è arricchita grazie a ulteriori lasciti, donazioni, acquisti e anche per via del ricorso del “diritto di stampa” secondo cui - all’interno - della Braidense, dovevano essere depositate le copie di tutte le pubblicazioni stampate nella provincia di Milano e della Lombardia.  

Proviamo a fare il calcolo di tutti i testi presenti!

Oltre 1.000.000 sono i volumi, 23.000 i periodici, 2364 gli incunaboli – libri stampati con la tecnica a caratteri mobili diffusasi tra la metà del XV e il XVI secolo -, 2110 i manoscritti oltre a codici dei secoli XIV e XV di altissimo livello artistico. Una vita intera non basterebbe per consultarli tutti. 

Alcune curiosità
Il nome Braidense deriva dal termine latino medievale, di origine longobarda “Braida”, poi evolutosi in “Brera”, che anticamente indicava un campo suburbano. Infatti il luogo dove ha sede il palazzo di Brera, un tempo, si trovava oltre i confini della città di Milano,su di un campo erboso. 

Fino ai primi dell’Ottocento, l’ingresso alla biblioteca non era quello di oggi; vi si accedeva passando per il doppio scalone del cortile centrale. Inoltre, alla fine della prima rampa dello scalone, si trovavano due vaschette di bronzo fuso, disegnate da Pogliaghi – lo scultore della porta bronzea centrale del Duomo di Milano – con la scritta “Si prega di spegnere il sigaro”. Questo perché nell'Ottocento e fino ad inizio Novecento la borghesia milanese era solita fumare sigari. 

Inoltre, sapete chi erano i frequentatori più assidui della Biblioteca Braidense fino all'inizio del Novecento? I gatti! 
Entravano attraverso un piccolo sportello che veniva aperto, alla chiusura della biblioteca, per cacciare i topolini che rosicchiavano i preziosi volumi. Un efficace sistema di sorveglianza.

Il ponte delle Sirene

All’interno di Parco Sempione potete trovare un ponticello, in ferro battuto e sovrastato da grossi alberi, che ogni giorno viene attraversato da centinaia di persone, ma ben pochi sanno che questo ponte è un autentico pezzo di storia. Stiamo parlando del Ponte delle Sirene o come è stato soprannominato dai milanesi delle “Sorelle Ghisini”.

Il Ponte ha una lunga storia. Fu il primo ponte metallico d’Italia, dedicato all’imperatore austriaco Ferdinando I e inaugurato nel 1842. È stato realizzato come passerella pedonale sull’ormai scomparso Naviglio di San Damiano, oggi corrispondente a via Visconti di Modrone, e fu progettato dall’ingegnere Francesco Tettamanzi e fuso dalla ditta Rubini-Scalini-Falck, sul lago di Como.

La storia della Sirene prosegue in modo travagliato.
Durante la seconda guerra mondiale furono danneggiate; una sirena venne scaraventata nel laghetto dalla furia di una scheggia impazzita, e ripescata giorni dopo. Solo due delle quattro creature mitologiche si salvarono intatte. Nel 1948, inoltre, una delle due superstiti venne rubata, forse per fonderla e ricavarne materiale. Infine in occasione della triennale del 1954, una fu restaurata, mentre le due mancanti vennero ricostruite, fondendole però in bronzo.

Le quattro sirene di ghisa – anche se ormai sapete che due sono in bronzo - che troneggiano sugli angoli del ponte diventarono un cult erotico per i milanesi – d'altronde la sirena è sempre stata nell’immaginario collettivo una figura sensuale e ammaliatrice.

Si dice che le sciure dabbene socchiudessero gli occhi per passare sul ponte e che i giovani toccassero i loro seni come buon auspicio. Le sirene venivano scherzosamente chiamate “i sorei del pont di ciapp” ossia le sorelle del ponte delle chiappe, in onore del loro formoso didietro. Infine si crede che attraversare il ponte con il proprio lui/lei sia segno di buon auspicio.

La "Ringhera", gran teatro di vita

Spalanchiamo un vecchio portone in legno ed eccoci nella tipica casa di ringhiera milanese. Un altro mondo, una Milano da assaporare con calma, un fascino altrove perduto. 

La casa ora è "tirata a nuovo", è vero, ma possiamo percepirne l’antica atmosfera tra panni stesi e bambini che giocano, donne affacciate ai balconi e giovani riuniti sui pianerottoli.

È ancor più bello pensarci in questo momento in cui la parola all’ordine del giorno, da noi tutti condivisa, è #iorestoacasa

"Ringhera" 
Se trovavon tutti i dì
e tutt i ser
se scambiavom salutt e penser
Adess se quardom nan

La Barbajada

Ora che siamo a casa possiamo riscoprire le “vere” tradizioni milanesi.
Avete mai assaggiato la Barbajada?
No?! Ecco di cosa stiamo parlando 😉
La Barbajada è una golosissima bevanda molto in voga a Milano dalla prima metà dell’800 sino agli anni Trenta del Novecento. Deve il suo nome ad un cameriere di caffè, Domenico Barbaja, che divenne uno dei più importanti imprenditori teatrali della città. Fondò il Caffè dei Virtuosi, proprio di fianco alla Scala e, forse in memoria delle sue umili origini di cameriere, creò la Barbajada. 

Non solo gli inglesi celebravano il loro “rito delle cinque”, ma anche le gran dame e i signori meneghini cominciarono a prendere l’abitudine di trovarsi nei caffè della città per accompagnare questa bevanda con la degustazione di dolci e torte, passando il pomeriggio insieme e gustando questa leccornia.

La fortuna della Barbajada continua anche ai giorni nostri, tanto che nell’aprile del 2008 ha ricevuto la De.Co., il riconoscimento dato dal Comune di Milano ai prodotti gastronomici legati alla tradizione della città, alla sua identità e al potere di comunicarla in tutto il mondo.

Non ci resta che provare a farla!
Ingredienti: 100 ml di caffè già pronto, 100 g di massa di cacao o cacao amaro in polvere, 80 g di zucchero; panna per decorare.

Preparazione: Preparate il caffè; in un pentolino a parte mettete la massa di cacao amaro e lo zucchero. Versate il caffè ancora caldo nel pentolino, mescolate per bene e mettete sul fuoco. Continuate a mescolare fino a far schiumare e fino a quando il composto non risulterà ben amalgamato.
A questo punto la vostra Barbajana è pronta!
Gustatela calda o lasciatela raffreddare.
Il tocco del vero goloso è aggiungere sopra la panna montata, vivamente consigliato!

L'antico borgo di Gorla

“La gradita posizione di questo villaggio, sul grandioso vialone che conduce alla villa di Monza, lo rende frequentatissimo dai milanesi, che la domenica vi passano il pomeriggio in liete mense e piacevoli sollazzi.”

Gorla è un borgo di riviera, un’oasi di campagna alle porte della città. Il borgo, infatti, era situato a cavallo tra la città e la campagna, il posto ideale per la giovane borghesia che poteva trovare qui un’ottima sistemazione durante la stagione estiva. Non troppo lontano dalla città, per non annoiarsi della vita in campagna, e nemmeno dentro la città per soffrirne la calura di quei mesi. Infatti si andava lungo il naviglio per godere dei piaceri del fresco e dei piaceri della buona tavola. Immaginate le carrozze trainate da cavalli che percorrevano i lunghi viali cittadini sino a raggiugere il naviglio con i suoi parchi, giardini e orti.
Incominciarono a nascere le “case da nobili”, tanto che Gorla iniziò ad essere conosciuta con il nome di “piccola Parigi” per l’atmosfera che ricreava.

Dal delizioso ponte vecchio, costruito nel 1703, unico punto di attraversamento del borgo di Gorla, alle ville con giardino, tra cui spicca Villa Finzi, elegante edificio in stile neoclassico con il suo splendido parco. All’interno sorgono il famoso tempio della Notte, un tempio sotterraneo, simile ad una grotta, che un tempo era usato come ghiacciaia, e il tempio dell’Innocenza, una costruzione a pianta circolare di gusto neoclassico, originariamente collocato al centro del lago, oggi situato al centro del giardino e riconoscibile per i glicini che lo decorano. Dal severo e funesto monumento dei piccoli martiri della seconda guerra mondiale, innalzato a memoria dell’eccidio, al cui interno fu eretto un monumento-ossario per tenere uniti i figli e ricordare al mondo il sacrificio delle vittime innocenti della guerra, al silenzioso e schivo monastero di Santa Chiara gestito dalle suore Clarisse. 

E voi ci siete mai stati?
Secondo noi è il posto giusto per lasciarsi trasportare indietro nel tempo. 

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Il Tredesin de Marz

"E quî giornad del tredesin de Marz? Gh'era la fera, longa longhera, giò fina al dazi, coi banchitt de vioeur, de girani, coi primm roeus....."

Era il 13 marzo del 52 d.C. e San Barnaba predicò il vangelo di Cristo in una radura poco fuori Milano, una località dove era ancora viva la tradizione celtica e nella quale alcuni cittadini si erano riuniti per celebrare, attorno ad una pietra forata con tredici raggi incisi, la festa della primavera e dei fiori milanesi. Per alcuni il 13 marzo viene considerata come la data dell’avvenuta cristianizzazione dei cittadini milanesi – San Barnaba usò la pietra forata per conficcare al centro di questa la Croce -, altri invece festeggiano questa ricorrenza come facevano i nostri antenati, con una festa per celebrare la rinascita del Sole e la rinnovata Primavera.

Ma il 13 marzo ha un’origine ancora più antica, legata alla tradizione celtica della città di Milano, alla storia di Roma e alla figura di Marco Giunio Bruto, il capo dei congiurati nell’assassinio di Cesare durante le idi di marzo del 44 a.C. I Celti, una volta venuti a conoscenza della morte del grande condottiero romano, celebrarono la morte di Cesare, il loro grande nemico, con un triduo di festeggiamenti che sarebbe iniziato due giorni prima le idi, precisamente il 13 marzo, indicando così un periodo di grande rinascita.

Forse non tutti sanno che la navata centrale della Chiesa di Santa Maria al Paradiso, presso Corso di Porta Vigentina, ospita la Pietra del Tredesin de Marz, dove di possono vedere il foro al centro del cerchio e i 13 raggi. Lasciamo a voi scegliere tra la tradizione cristiana e quella celtica, noi sicuramente scegliamo il senso di rinascita e rinnovo che questa festa trasmette!

Ci siete mai stati? 

San Bernardino alle Ossa

Dovunque tu giri lo sguardo non vedi intorno che tibie, femori, stinchi, frammenti d’ossa senza nome, teschi schiacciati con le sdentate mandibole, gli uni sugli altri: tappezzano le pareti, adornano le lesene, fregiano le porte: e i teschi meglio conservati formano due grandi croci nelle pareti principali: e sono disposti sui cornicioni altri teschi ancora, fatti bruni dai secoli, le cui fronti lucide riflettono i lumicini che la devozione dei fedeli rinnova a tiene costantemente accesi” (C. Romussi, Milano e i suoi monumenti, 1975).

Parliamo della chiesa di San Bernardino e precisamente del suo Ossario, completato nel 1695.  Secondo alcuni, i resti che qui sono conservati appartengono a cattolici, vittime di eretici ariani al tempo di sant’Ambrogio; secondo altri, invece, le ossa che decorano le pareti sono quelle di milanesi uccisi da goti e borgognoni che avevano invaso la città di Milano nel 538. La realtà è molto diversa…si tratterebbe infatti di ossa provenienti da vari cimiteri che sorgevano anticamente nella zona e che furono dismessi nel sec. XVII, quando la chiesa fu costruita. Appena entrati vi sembrerà di essere catapultati di colpo in un angolo di Purgatorio, dove le ossa umane si stendono su tutte le pareti e i resti di antichi scheletri si incaricano di ricordarvi la caducità della vita. In alto lunghe ossa formano la “M” di Maria, a cui la chiesa era un tempo dedicata; e sotto l’altare si ammassano corpi scomposti. L’unico elemento privo di decorazioni “scheletriche” è la cupola dell’ossario, dove il pittore Sebastiano Ricci ha affrescato il Trionfo di anime in un volo di angeli, che rappresenta per contrasto il trionfo delle anime beate fra uno coro d’angeli, contraccambio celeste delle stragi seminate nel XVII secolo da tutte le guerre, carestie e pestilenze. 

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Le Cinque giornate di Milano

Le Cinque giornate furono una delle poche rivolte e una delle pochissime ad essere riuscite in Italia. Milano insorgeva non per il malgoverno o per una questione di tassazione ma per vero e proprio patriottismo.

È il 18 marzo 1848 e Milano insorge contro gli austriaci. Migliaia di persone in corteo occupano il Palazzo del Governo e si scontrano con i sodati di Radetzky. I milanesi combattono per giorni dietro duemila barricate, fatte con carrozze, materassi, armadi, tavoli, sedie, balle di fieno, banchi di scuole, confessionali. Si inventano anche un sistema di barricate mobili, con fascine di legno che permettevano di spostare facilmente gli oggetti più pesanti da un punto all’altro della città per bloccare le vie d’accesso al nemico. Inoltre, per spostarsi indisturbati da una barricata all’altra, avevano creato un sistema di passaggi sotterranei, scavando trincee e smembrando le vie. Per far fronte all’emergenza, i milanesi sprovvisti di fucili, saccheggiano i musei e le storiche armerie per procurarsi più armi da fuoco possibili.

Il terzo giorno, il 20 marzo, il Consiglio di guerra, presieduto da Carlo Cattaneo, respinta la proposta di armistizio, costituì un governo provvisorio. Intanto, prosegue l’offensiva milanese che costringe Radetzky a ripiegare le sue truppe all’altezza di Porta Tosa, una delle porte di accesso alla città. L’assalto fu durissimo e quando sembrava che non ci fosse più possibilità per noi milanesi, ecco giungere dalla campagna un manipolo di contadini, che riuscirono a far breccia insieme ai cittadini a Porta Tosa, mettendo in fuga l’esercito austriaco. Per celebrare il trionfo Porta Tosa fu ribattezzata Porta Vittoria e Giuseppe Grandi realizzò un obelisco che simboleggia lo sforzo di tutti i milanesi, nessuno escluso, per ottenere la libertà.

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