Le cinque giornate di Milano

Le Cinque giornate furono una delle poche rivolte e una delle pochissime ad essere riuscite in Italia. Milano insorgeva non per il malgoverno o per una questione di tassazione ma per vero e proprio patriottismo. 

È il 18 marzo 1848 e Milano insorge contro gli austriaci. Migliaia di persone in corteo occupano il Palazzo del Governo e si scontrano con i sodati di Radetzky. I milanesi combattono per giorni dietro duemila barricate, fatte con carrozze, materassi, armadi, tavoli, sedie, balle di fieno, banchi di scuole, confessionali. Si inventano anche un sistema di barricate mobili, con fascine di legno che permettevano di spostare facilmente gli oggetti più pesanti da un punto all’altro della città per bloccare le vie d’accesso al nemico. Inoltre, per spostarsi indisturbati da una barricata all’altra, avevano creato un sistema di passaggi sotterranei, scavando trincee e smembrando le vie. Per far fronte all’emergenza, i milanesi sprovvisti di fucili, saccheggiano i musei e le storiche armerie per procurarsi più armi da fuoco possibili.

Il terzo giorno, il 20 marzo, il Consiglio di guerra, presieduto da Carlo Cattaneo, respinta la proposta di armistizio, costituì un governo provvisorio. Intanto, prosegue l’offensiva milanese che costringe Radetzky a ripiegare le sue truppe all’altezza di Porta Tosa, una delle porte di accesso alla città. L’assalto fu durissimo e quando sembrava che non ci fosse più possibilità per noi milanesi, ecco giungere dalla campagna un manipolo di contadini, che riuscirono a far breccia insieme ai cittadini a Porta Tosa, mettendo in fuga l’esercito austriaco. Per celebrare il trionfo Porta Tosa fu ribattezzata Porta Vittoria e Giuseppe Grandi realizzò un obelisco che simboleggia lo sforzo di tutti i milanesi, nessuno escluso, per ottenere la libertà.

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